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Il futuro dei giovani dopo la pandemia

L’ex presidente Mario Draghi al convegno inaugurale del Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini, a proposito  delle conseguenze sociali ed economiche della pandemia, ricorda una celebre frase di Keynes  “Quando i fatti cambiano, io cambio le mie idee”, giudicando positivamente le azioni che sono state messe in campo ma tuttavia aggiunge “i sussidi sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti ma servono a ripartire, non resteranno per sempre.  Ai giovani – aggiunge – bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri“. Draghi continua facendo un’attenta analisi della situazione attuale in Italia dando  una formulazione economica e politica al senso di colpa dei vecchi verso i giovani:

“Il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. E’ nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza …Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune. La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca.
Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.”

Parlare di giovani e lavoro oggi incarna uno dei grandi paradossi del nostro Paese: quello di rappresentare allo stesso tempo la colonna portante della forza lavoro futura e uno dei segmenti della società attualmente più svantaggiato nel mercato del lavoro.

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A tale fine serve una politica che torni ad investire sulle persone e a sostenere i processi di formazione e le politiche di inserimento nel mondo del lavoro, anche in relazione al contesto europeo con conseguente realizzazione personale per i giovani italiani. In assenza di tutto questo, andrebbe ulteriormente ad accentuarsi il paradosso italiano di aver nuove generazioni demograficamente meno consistenti ma anche meno incluse e valorizzate all’interno dei processi di sviluppo del paese. Questo per l’Italia significherebbe restare ineluttabilmente al margine, finiti i sussidi si arriverebbe al crollo dell’economia e dello sviluppo.